Chi se ne va, rimane nel “per sempre”.

Non è vero che chi se ne va lascia un vuoto incolmabile nelle nostre vite.
No, non è vero.
Il vuoto lo lasciano solo le persone che non conosciamo, solo quelle persone che appaiono come comparse nel film della nostra vita. Le persone vere, quelle che ti segnano dentro, quelle che ti cambiano facendoti crescere, quelle che ti prendono per mano guidandoti nei loro racconti colmi di essere – no – quelle ti rimangono dentro e continuano ad esistere nel limbo fantastico del “per sempre”.

Il vuoto lo devi riempire con i ricordi, con i sapori, con i suoni, con i profumi di abbracci saporiti e con quei cortometraggi vigorosi che sono ben incisi nel cervello.

La vita è un’altalena di emozioni, sensazioni e paure.
La vita è un carnevale di dolore intervallato da sorrisi densi in grado di riempirti il cuore.
La vita è quella cosa che semplicemente si deve vivere.
Sta a noi viverla.
Sta a noi non farla vivere da sola.

Amavo quando mi chiamavi con tutti i nomi dei tuoi settandordici nipoti, amavo sentirti inveire contro il DECOVER della TV che puntualmente ti sistemavo e amavo sentire la storia di come ti eri innamorato di nonna.

Grande omone panzuto di misurate parole, mi mancherai. Tanto.

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Pulcini a Pasqua

Mi ha chiamato mamma, era al mercato e mi ha ricordato che da piccolo ero proprio un coglione.

Mamma: “Ste’ sono al mercato con papà e Marilena, sai cosa ci sono? I pulcini e le papere!”

Non so se da voi c’è questa usanza ma da me è una cosa abbastanza normale, prima di Pasqua, c’è sempre ‘quello che vende i pulcini e le papere’.

Io: “Oh, oddio. Ogni anno!”
Mamma: “Eh Ste’, ma ti ricordi quanti ne hai fatti morire?”

Sì, ne ho fatti morire, buh, credo una cinquantina.
Perché tu potevi fare qualsiasi cosa, anche fare una reggia di cartone con banchetti degni di un ristorante con 3 stelle Michelin (ho fatto anche questo) ma ‘sti stronzi morivano sempre. Aspettativa massima di vita, tiè, 5 giorni.
La cosa più divertente in tutta questa storia è che più crescevo, più ne volevo. Prima un pulcino solo, poi un pulcino e una papera, poi tre pulcini e due papere poi ho accannato con i pulcini ed ho preso solo papere che mi facevano ridere di più quando correvano ma cazzo, cazzo, cazzo morivano sempre.

All’inizio mi sentivo San Francesco D’assisi nel bel mezzo di un videoclip del Cantico delle Creature feat. le Spice Girls poi tre giorni schiattavano tutti e mi sentivo Norman Bates di Psycho.

OGNI FOTTUTISSIMO ANNO.

Stefano di Miss Sixty non c’è più.

 

Avrei voluto scrivere “Stefano di Miss Sixty è morto” per aggiungere quel pathos aristotelico che fa molto telefilm americano ma poi ho pensato che fosse davvero troppo.

Il non lavorare più in un posto effettivamente è un po’ morire dentro un po’ come quando alla fine del liceo ci si ripromette di vedersi per uno di quei fantomatici caffè che rimangono appesi per anni.
Mi mancheranno il bar che sa già quello che prendi o il pezzo di margherita che viene già tagliato non appena svolti l’angolo e ti vedono da lontano, i saluti fra i colleghi con gli occhi assonnati dopo una notte brava e soprattutto la gente che ti chiama per nome.
Perché rompere la routine alla quale siamo abituati ci spaventa sempre.
Come quando prendiamo l’aereo e ci tolgono la terraferma da sotto i piedi, la routine è la nostra terra, il cambiamento ci fa quasi sempre paura.

Vado via conscio del mie possibilità e dei mie limiti, sapendo di aver spremuto ogni goccio delle mie forze, lasciando i problemi nella mia stanza quando ce n’è stato bisogno e sorridendo dal primo all’ultimo minuto.
Vado via più leggero, senza rimorsi e rimpianti ma rientro da questo viaggio carico di esperienze, valori e tanti tanti bei ricordi.

Ho capito che mi piacciono le persone. Non quelle stronze, sia chiaro. Non quelle che mettono il naso fuori dal portone di casa con la voglia di rompere il cazzo al mondo, non quelle che non hanno capito quel è la loro strada nella vita e non quelle che sono represse sessualmente ma le persone, quelle vere.
Ho ancora una volta avuto la conferma di essere curioso, la mia curiosità non ha limiti e parte dall’essere curioso come una scimmia urlatrice del Bogotà fino a picchi altissimi da signora paesana affacciata alla finestra perché ha sentito una sirena in lontananza.
Bene, ora ho capito di essere curioso anche delle persone.
Mi piace pensare che tutti, chi più chi meno, hanno qualcosa da insegnarmi e se proprio non hanno nulla da insegnare, qualcosa di bello da raccontare lo avranno sicuramente.

Sono contento di aver riso tanto e sono contento di aver strappato anche solo un sorriso a chi mi sta intorno perché di ritorno mi ha fatto sorridere dentro.

Sono contento di aver avuto la possibilità di lavorare in un posto dove ho conosciuto persone meravigliose che mi hanno divertito e che hanno reso più bello questo viaggio.

Sono contento che sia finito perché sono sicuro che ci sarà qualcosa di più bello e di più grande.