Oggi vi racconto la storia del mio scoiattolo giapponese.

Oggi vi racconto la storia del mio scoiattolo giapponese anche perché ieri era il suo anniversario di morte.

Ho aperto lo sgabuzzino ed ho trovato il suo vecchio beverino, non appena l’ho visto mi sono ricordato di quella palla di pelo striata mangia semi di girasole a tradimento.
E tale resterà, perché vi svelerò il suo nome solo alla fine.

Ma andiamo con ordine, una volta all’anno nel mio paese in concomitanza alla solita festa patronale c’è una sorta di mercato più grande rispetto al consueto mercato settimanale, la roba è la stessa ma diciamo che la gente si sente in dovere di spendere di più perché “è festa”. Fatto sta che oltre alla solita roba c’è anche un’area dedicata agli animali: galline, galli, pesci, criceti, conigli, uccelli morti, uccelli vivi, insomma, veramente tanti.
Ogni anno quindi la mia missione era quella di avere un animale. Tralasciando le papere che avevano la vita segnata, generalmente mi sono durati tutti un sacco.
Ho avuto un coniglio nano che è campato (per la gioia di mia madre) 11 anni, per esempio.

L’anno dello scoiattolo giapponese è stato l’anno più difficile perché mia madre non me lo voleva comprare, dopo una serie di morti tragiche, aveva deciso che gli animali non erano il mio forte. Ovviamente io – che sono sempre stato testardo come una capra – non mi sono abbattuto e dopo pranzo, sono ritornato in fiera e mi sono comprato un criceto.

Era brutto come la morte.

Grigio, con la coda glabra, mezzo paraplegico e con una voglia di vita pari allo zero, emetteva suoni simili a quelli udibili vicino ai cavi dell’alta tensione. Ho sempre pensato che fosse posseduto. Fatto sta che ‘sto cazzo de criceto non voleva neanche lontanamente usare la ruota quindi dopo averlo stuzzicato un po’ lo liberai nella casa al piano di sopra e in un attimo si andò ad infilare nella mia storica Gaucho Peg-Perego. Da lì poi non ne uscì più.

Ma io volevo lo scoiattolo che (nel mio cervello) dovevo tenere sulla spalla mentre andavo a scuola e con le mie TSTRICEOQCV (Tecniche seduttive ti rompo i coglioni e ottengo quello che voglio) alla fine il mangia semi di girasole diventò mio.

Era bello come poche cose sulla faccia della terra, occhioni neri con folte ciglia, la coda vaporosissima e queste striature cioccolato-caramello su una base nocciola brillante.
Mangiava semi di girasole dalla sera alla mattina aprendoli con una precisione chirurgica rigirandoli fra le zampe e incidendoli con quei denti affilatissimi. Usava la ruota, era vivace, propositivo e rispondeva ai miei segnali. Certo, non l’ho mai portato sulla spalla però era molto socievole e più volte l’ho tenuto in mano. Una volta, entrò in letargo e lo portai a scuola dentro al taschino nella camicia di jeans, ero il più FIQUO DI TUTTI. Ero la mamma di Rossana senza copricapo (http://www.youtube.com/watch?v=x7_RrxFW-f8 ndr.) ma comunque il più fiquo.

Insomma la vita scorreva felice con il mio scoiattolo fino a quando il giorno di San Lorenzo, l’aria era irrespirabile, afa a mai finire e il mio pensiero era rivolto al povero scoiattolo che era RIGOROSAMENTE nelle scale, vittima della canicola.
Decisi quindi di metterlo vicino al divano con il condizionatore acceso, per regalargli un po’ di refrigerio. Io andai nella mia stanza, mi addormentai e mi svegliò mio padre che era salito dal bar: “Ste’ guarda che lo scoiattolo non si muove più”.
- “Ma no pa’ che dici? Gli ho acceso l’aria condizionata, sta benissimo.”

Vado in salotto e no, non si muoveva più. Era diventato simile ad una mazza da baseball, era così duro che ci potevi aprire le noci di Macadamia sbattendolo contro il guscio, con la coda drittissima, la panza all’aria, i denti da fuori e le zampine aperte anch’esse dritte verso la luce. Era morto, morto di una morte lenta e dolorosa, andato, andato, andato.

Presi una scatola, che in realtà era il contenitore di una bomboniera di un matrimonio e gli diedi una bara. Mia padre mi disse che lo seppellì in una campagna qui vicino ma non ne sono del tutto sicuro e credo che in realtà abbia solo visto un sacco nero ed un inceneritore.

Vi state chiedendo come si chiamava?
Eh, si chiamava SQUIRT. Sì, proprio come l’eiaculazione femminile ed io non lo sapevo.

Riposa in pace Squirt, insegna alle scoiattole come squirtare.

Metti una sera un tassista assurdo a Roma…

Mentre ieri tornavamo a casa abbiamo deciso di non tornare con i sudici mezzi ma di prendere un taxi.
Per strada non se ne è fermato neanche uno e quindi siamo arrivati fino a Piramide a piedi e ci siamo appostati proprio sotto al cartello con la scritta a caratteri cubitali “TAXI”attendendo fiduciosi. 

Dopo qualche minuto ne arriva uno, accosta abbassando il finestrino e ci fa: “Dove dovete annàh?” – “Tuscolana” – “No no, mi dispiace io sto per finire il turno e abito da tutt’altra parte, ora arriva qualche collega sicuro.”
Bestemmio sommessamente e lo mando a fanculo dall’interno. 
Dopo 30 secondi ne arriva un altro, accosta e ci carica come due viados senza fiatare. 
Era un piccolo uomo rattrappito, con i capelli completamente bianchi e gli occhiali. Fra le due bocchette centrali dell’aria c’era una figurina di Papa Francesco e attaccati allo specchietto retrovisore una quantità immane di ciondoli che arrivavano fino alla leva del cambio. 
Ci saluta e con l’accento del cavaliere fa: – “mi consênta ma come mai il collega non vi ha preso?” – “Eh – dico – aveva finito il turno e cercava qualcuno che fosse di strada” – “ma che c’entra, pure io abito da tutt’altra parte, a Spinaceto, ma mica vi lascio a piedi!”

“Già lo amo” penso fra me e me. 

- “Avete sentito l’ultima su Berlusconi?” 
- “No, questa mi manca, che altro ha fatto?”
- “Il problema è che non c’è mai l’ultima su Berlusconi” 

Ridiamo e lui inizia a srotolare battute su battute, una dietro l’altra fino a quando non confessa: “Io sono un barzellettiere. Non solo un barzellettiere in realtà, ho 73 anni ma me ne sento 30 io oh. Ora ve ne racconto una.”

C’era un cinese che doveva prendere la patente ma gli avevano rifiutato la domanda perché non sapeva l’italiano. 
Ma lui questa patente la voleva sul serio, ne aveva davvero bisogno e quindi decide di fare un esame di italiano.
Si prepara benissimo e va in sede d’esame super carico. 
Aspetta il suo turno e quando tocca a lui l’ingegnere gli spiega le modalità d’esame: “Dunque adesso io aprirò una di queste buste, ognuna di esse ha un argomento diverso, io le faccio le domande e lei risponde.”
- “Pelfetto – dice il cinese – sono plonto!”
- “Bene.” L’ingegnere apre una busta e legge a voce alta: “Proverbi! Io inizio il proverbio e lei lo completa!”
- Sìììì, sono plepalatissimo sui plovelbi!”

- “Dunque, sopra la panca la capra…”
- “campa, sotto la panca la capla clepa!
- “Tanto va la gatta al lardo…”
- “Che ci lascia lo zampino!”
- “Meglio un uovo oggi…”
- “Che una gallina domani!”
- “Can che abbaia…”
- “POCO COTTO!”

E così per tutta la durata del viaggio, ce ne ha raccontate almeno 4. Talmente tante che io non ce la facevo a prendere nota. 
Arriviamo sulla Tuscolana, proprio sotto casa, paghiamo a malincuore e proprio mentre apro la portiera lui mi fa: “Dai chiudi ‘sta portiera che mi entra lo smog ve ne racconto un’altra e poi se ne annamo!”

C’è Gigetto, un signore anziano di Trastevere rimasto vedovo da un po’ di anni. Da qualche tempo però ha un intrallazzo con una signora più piccola di lui ma l’età avanzata non gli permetteva di raggiungere più l’erezione. Gigetto quindi si ritrova in un bar di Trastevere a parlare con il suo amico storico e gli confessa tutte le sue paure. 
- “Gigè, se non voi fa brutte figure e nun la voi perde, me devi crede, magna il pane! Se magni il pane, ogni giorno, vedrai che ti ritorna tutto alla perfezione! Ne devi mangiare tanto però popo tanto. 
- “Ma che me stai a dì?”
- “Te lo giuro Gigè, SENTI A ME, MAGNA IL PANE!”
Gigetto quindi carico il giorno dopo va nel suo panificio di fiducia e invece di prendere il solito pezzo di pane che da tempo gli bastava, dice:
- “Ciao Albè, che me dai 6-7 rosette? Famo dieci va!”
- “A Gigè ma che devi fa con tutto sto pane?!? Poi ti diventa duro!”
- “AAAAAA MA ALLORA LO SAI PURE TE, DAMMENE DU’ CHILI!”

Morto dalle risate lo saluto ringraziandolo per le risate e per la sua simpatia e lui mi fa: “Il piacere è stato mio, sono 46 anni che faccio questo mestiere, mi sono sempre divertito ma fra poco finisco.” 

Un pezzo di storia romana su quattro ruote.

Io non mi fido della gente che mangia il Cucciolone prima dalla vaniglia.

Sono a Piazza di Spagna, dal verso apposto al mio c’era una bambina che stava mangiando un Cucciolone. Il problema è che lo stava mangiando dal lato della vaniglia.
Mentre lo mangiava, era talmente tanto concentrata che non ha visto una cagata di cavallo grande tanto quanto la Lombardia.

La madre se ne è accorta e indiavolata le ha dato uno scappellotto sulla nuca talmente poco calibrato che alla bimba è cascato il gelato per terra.

Bambina spero che tu ora abbia imparato la lezione: il Cucciolone si inizia a mangiare dalla parte dello zabaione.

IL KARMA ESISTE.

Stefano VS le chiamate anonime.

Da qualche giorno continua a chiamarmi qualcuno con l’anonimo.

Tralasciando il lato vintage di questa vicenda che mi ha fatto ritornare adolescente senza peli sotto le ascelle, interrogandomi su come tutto ciò sia ancora possibile nel 2013, avevo deciso di non rispondere più.
Anche perché non ho neanche l’autoricarica.

Una decina di minuti fa mi ha richiamato, non ho resistito, ho risposto abbassando la voce di 3 ottave dicendo: “Ho fatto tutto come avevi deciso, la pistola l’ho lasciata dove mi hai detto, ora c’è sangue ovunque. Ci vediamo al solito posto.”

E ho chiuso.

poi ho visto la bolletta non pagata a fianco alla TV e mi è venuto un dubbio.